Lo sport nel mondo romano

L’esercizio dei Greci ne costituirono la principale forza di coesione. A Roma l’esercizio dello sport, era basato su precisi principi politici e giuridici, ma rientrò nel quadro più ampio del pubblico spettacolo e della formazione fisica e morale tra i giovani.  Nell’ istruzione fisica dei giovani lo scopo era quello del miglioramento delle qualità civiche, per quanto riguarda l’aspetto ludico dell’agonistica romana ci si deve  ricollegare ai modelli di varia origine sviluppatisi in seguito, in rapporto con le esigenze locali.

La prima documentazione figurata appartiene agli etruschi. Nella città etrusca sia assenta il ginnasio, centro fondamentale dell’educazione fisica e mentale del cittadino greco. L’agonistica di tipo greco non poteva certo svilupparsi. Per questa ragione lo sport etrusco è stato definito essenzialmente “spettacolo” (dal latino “ludus”) praticato da professionisti di rango inferiore per un pubblico di aristocratici. Questa fu la causa per cui i luoghi destinati alle manifestazioni agonistiche assunsero un’importanza rilevante. La costruzione del primo Circo Massimo da parte dei Tarquini, ne sono una conferma.

Molte manifestazioni atletiche, nella fase più antica, non ebbero carattere ludico. A Roma come in Etruria, classi inferiore della popolazione combattevano. L’opposizione ai modelli agonistici greci si evince da episodi saltuari, seppur ricorrenti, collegati ad una chiusura ad oltranza della nobiltà repubblicana, il cui rigido moralismo si schierava a difesa di un privilegio sociale destinato  fini di pura conversazione. In effetti, i modelli del buon tempo antico che tanto ci si accaniva a difendere erano l’idealizzazione di un passato ben più ricco e complesso di quanto non si volesse ammettere.

Godettero di maggior credito le discipline agonistiche più spettacolari e violente. Questo atteggiamento provocò la nascita e lo sviluppo del fenomeno del professionismo. Nonostante le critiche della classe colta, si legò conseguentemente il protagonismo degli spettatori che assistevano alla gare, accrescendo in tal modo l’enorme popolarità dei campioni atletici. Il protagonista dei giochi divenne non più il singolo atleta, ma il suo pubblico che consacrava un vincitore o ne decretava alla fine: l’atleta non doveva conquistare solamente la vittoria, ma anche il favore degli spettatori. Sul vincitore si concentravano, gli umori di una plebe insoddisfatta e desiderosa di dimenticare al meno per un momento le quotidiane difficoltà. Le strutture ove si svolgevano le manifestazioni sportive dovevano essere particolarmente funzionali.

L’opportunità di avere enormi masse di persone radunate in un solo luogo non mancò di suggerire ai governanti, soprattutto in età imperiale, uno sfruttamento della situazione. La politica dei Cesari sintetizzata da Giovenale nel celebre motto ”panem et circenses” (pane e spettacoli circensi) ben si accorda con l’atteggiamento intenso a tenere a bada le masse ben nutrite mediante distribuzioni gratuite di viveri ed occupate con sempre maggiori svaghi e divertimenti, nell’ottica che le ribellioni e le rivolte sono proprio di un popolo affamato ed ozioso.

Nel 69 Nerone istituì “cosa nuovissima per Ro ma”, un concorso quinquennale triplice all’uso greco, di musica, ginnastica ed equitazione, che chiamò “Neronia”. A questo scopo fece costruire delle terme ed un ginnasio, offrendo gratuitamente l’olio per le unzioni anche ai senatori ed ai cavalieri. A presiedere le gare mandò, altri magistrati tirati a sorte.

I giochi atletici iniziarono a far presa nella mentalità del pubblico romano; e Domiziano istituì in onore di Giove Capitolino una triplice gara quinquennale a carattere musicale, ginnico ed equestre.

Il termine atleta deriva da “athla”, che in greco significa premio: quindi sta ad indicare colui che concorre al premio. Gli atleti erano riuniti in corporazioni, sotto la direzione di un direttore di palestra che si premuniva di presentarli ai vari agoni. Si ha notizia dell’esistenza di varie associazioni atletiche in età imperiale. Spesso derivavano il loro nome da una divinità protettrice, come nel caso degli Herculiani, cosi chiamati da Ercole, presenti in Roma. Queste associazioni possedevano palestre archivi, luoghi di riunioni e venivano consultate da incaricati dell’imperatore sia per l’organizzazione delle gare che per stabilire l’importo dei premi, delle pensioni o la natura delle cariche e delle onorificenze da concedere agli atleti vincitori delle varie prove. Spesso ex atleti vincitori potevano, in ambito provinciale, essere chiamati a ricoprire cariche pubbliche importanti; oppure, qualora, fossero provinciali, conseguire la cittadinanza romana; o ancora, nel caso che fossero già cittadini romani, ottenere lì esenzione dai tributi e, cosa maggiormente gradite, dal servizio militare.

Nei tempi più antichi non esistevano allenatori professionisti: gli atleti si addestravano sulla base delle proprie conoscenze e dell’esperienza di persone più abili di loro. Divisi nelle classi pesante e leggera, eseguivano i vari esercizi preparatori per le diverse specializzazioni: marce sul terreno di varia natura, corse, saltelli, ginnastica con le braccia e giochi con la palla. Per coloro che si allenavano al pugilato era considerato un ottimo esercizio resistente all’avversario tenendo le braccia distese ad i pugni serrati, oppure allenarsi con il sacco di cuoio riempito di sabbia ed appeso in modo tale da arrivare all’altezza del patto. Gli atleti romani erano soliti portare i capelli annodati a crocchia sulla sommità del capo e si facevano depilare e massaggiare il corpo da appositi schiavi i quali usavano a questo scopo olio puro conservato in ampolle e vasetti che, insieme agli strigili facevano parte del corredo di ogni singolo atleta. Dopo aver frizionato i muscoli con l’olio, il massaggiatore li ricopriva di un fine strato di polvere, lasciata cadere sulla pelle attraverso le dita della mano. Esistevano cinque tipi  di polvere usati a questo scopo: la polvere di fango, considerata detergente; quella d’argilla, che faceva traspirare la pelle; la polvere bituminosa, che provocava un certo riscaldamento; quella di terra nera, eccellente, per i massaggi ed il nutrimento della pelle; ed infine una varietà di colore tendente al rosso, tale da rendere il corpo brillante e piacevole allo guardo. Al termine degli allenamenti l’atleta asportava lo strato di polvere ed olio con strigile ed eseguiva una nuova frizione allo scopo di rilassare i muscoli.

Anche il regime alimentare era tenuto in grande considerazione, ritenendosi giustamente che una dieta appropriata potesse accrescere e potenziare le prestazioni atletiche. Già Galeno, il famoso medico greco vissuto a Roma nella seconda metà del II secolo d.C, notava però aspramente da un lato l’incompetenza degli allenatori, il cui unico scopo era quello di accrescere la massa muscolare degli atleti, dall’altro lato il modo di agire degli atleti stessi, i quali vivevano nel culto del proprio corpo, trascurando la mente e l’intelletto, quei beni cioè che ci “rendono simili agli dei”. Gli atleti maggiormente presi di mira erano i pugili ed i pancraziasti (atleti di lotta libera), ai quali spesso erano rivolti attacchi ostili. La partecipazione delle donne alle gare atletiche fu del tutto episodica. Si conoscono due casi in cui venne consentito a fanciulle romane di gareggiare, unicamente nella corsa dello stadio, precisamente nel primo Agone capitolino e nei Sebastà di Napoli: nel secondo caso si trattò delle figlie di magistrati locali.

Quanto al premio per gli atleti vincitori, sia nell’ antico che nel nuovo ciclo, esso era costituito da una corona di foglie, di genere diverso a secondo del luogo dove si svolgevano le gare: di alloro nei giochi olimpici e pitici, di apio (sedano selvatico) negli istmici e nemei, di spighe nei Sebastà. La corona, che rappresentava la ricompensa più ambita per l’atleta era accompagnata dai rami di palma a da anfore ricolme di olio. Ai vincitori che, chiamati dagli araldi, si presentavano nudi davanti agli agonoteti ( i presidenti di gara), non veniamo concessi solamente questi premi, bensì anche cospicue ricompense in danaro, offerte dalla città d’origine. A partire poi da I secolo d.C i premi in danaro, rappresentati sotto forma di borse colme di monete, erano distribuiti regolarmente nell’ultimo giorno dei giochi. Spesso si arriva ad assicurare il mantenimento in vita dell’atleta vincitore e, in caso di morte, della sua famiglia.

Le varie competizioni avevano luogo nello stadio, il cui nome stava appunto ad indicare l’unità di misura pari a 600 piedi, relativa alla distanza della corsa. Tale termine passò successivamente a disegnare il luogo destinato all’atletica leggera e pesante.

La gara padostica per eccellenza fu, la corsa dello stadio o corsa semplice, gara di velocità sulla distanza di circa 180 metri eseguita da atleti nudi e senza calzari. Le gare erano disputate per battere eliminatorie, secondo sorteggi, e per diverso tempo le false partenze vennero punite con l’uso del bastone o la frusta.

Anche la corsa con armatura, ma soprattutto la lampadedromia, cioè la corsa con le fiaccole, godettero di grande popolarità a Roma. I Greci, correvano impugnando con il braccio sinistro uno scudo rotondo e con il destro, proteso in avanti, la fiaccola accesa.

La lotta, il pugilato ed il pancrazio erano le tre discipline che costituivano l’atletica pesante. In queste specialità non esistevano categorie di peso. Gli incontri di lotta si suddividevano in tre specialità l’orthopale (lotta a corpo ritto), in cui gli atleti si servivano di colpi particolarmente spettacolari e vigeva la regola della vittoria dopo tre atterramenti; l’alindìssis (rotolarsi nella polvere), che era la specialità praticata durante gli allenamenti e lì incontro terminava solo quando solo quando uno dei due contendenti si dichiarava vinto; l’acrochirismòs (lotta con le mani), un tipo cioè di combattimento particolari in cui gli avversari si sentivano esclusivamente delle dita e che era sicuramente il più cruento dei tre. Gli incontri si svolgevano generalmente in piedi, nella posizione iniziale di presa alle braccia; successivamente venne anche concesso il combattimento a terra. Durante gli incontri erano espressivamente vietati calci e pugni, mentre erano ammessi gli sgambetti e tutte le prese sulla parte superiore del corpo.

Il pugilato era una disciplina sportiva con regole e tecniche ben studiate. Non erano previste pause durante l’incontro, per cui si andava avanti finché uno dei concorrenti veniva messo fuori combattimento o alzava il braccio in atto di resa. Spesso questi combattimenti avevano esiti mortali e normalmente i pugilatori rimanevano sfigurati. Si combatteva con guantoni. Il pancrazio era un insieme di lotta e pugilato. Gli atleti gareggiavano a mani nude; e tutto era permesso tranne che mordere e graffiare.

Aristotele considera il pentathlon la disciplina sportiva più completa. Essa comprendeva: il salto in lungo, il lancio del disco e del giavellotto, la corsa di uno stadio (180 m circa) e, come ultima prova, la lotta. La vittoria era di regola aggiudicata al vincitore di 3 gare su 5. Il salto in lungo era una specialità atletica di origini non molto antiche, ma data la sua popolarità veniva considerata la gara più importante ed emblematica del pentathlon. Il salto in alto non rientrava in alcuna gara e probabilmente doveva essere limitato al suo allenamento in palestra.  Il salto in lungo era praticato in una zona dello stadio dove il terreno era scavato e reso soffice, onde attutire eventuali danni riportati dagli atleti al termine del salto.

Il lancio del disco era uno sport antichissimo. Il disco poteva essere di ferro, rame o bronzo, di forma rotonda, sottile ai bordi e più spesso al centro. L’atleta eseguiva il lancio da una base di partenza, delimitata frontalmente e lateralmente. Il disco veniva sollevato all’altezza del capo con entrambe le mani. Ciascun concorrente poteva di norme eseguire fino a cinque lanci, contrassegnati da picchetti sul terreno. Il lancio del giavellotto non costituiva originariamente un agone inserito nel pentathlon, bensì veniva considerato a sé stante, con propri premi e classifiche. Il giavellotto era costituito da un’asta molto leggera di legno di corniolo, mirto, pino od olivo selvatico, appuntita all’estremità. Era fornita al centro di un laccio di cuoio, che serviva ad imprimere al giavellotto un movimento rotatorio intorno al proprio asse. Il lancio poteva avvenire da fermo oppure prendendo una breve rincorsa, ma non superando un determinato limite, pena la squalifica. La misura media di un discreto lancio si aggirava intorno ai 46 m ed ogni concorrente aveva a disposizione due giavellotti per gareggiare al meglio in due lanci. Si può supporre che il programma fosse simile a quello delle gare olimpiche; ma anche a questo riguardo nessuna fonte antica ci ha fornito notizie sull’effettiva successione delle prove. Probabilmente il giorno dell’inaugurazione dei giochi si svolgevano il corteo degli atleti ed il giuramento dei concorrenti e dei giudici; il secondo giorno era dedicato alle gare dei fanciulli, imperniate su corsa, lotta e pugilato; nel terzo gli adulti correvano nei vari tipi di corsa e disputavano incontri di lotta, pugilato e pancrazio; il quarto giorno era dedicato alle gare del pentathlon, alla corsa con armatura e agli agoni ippici, mentre il quinto al trionfo dei vincitori. A conclusione delle gare atletiche veniva, infatti, eseguita una processione al Caesareum, il tempio dedicato all’imperatore è a Roma.

Agli albori della storia di Roma, in un vasto spazio paludoso solo parzialmente bonificato tra Palatino ed Aventino, pastori e contadini dei villaggi circostanti diedero vita alle prime corse dei carri. Nasceva cos’ il Circo Massimo, divenuto nei secoli il più grande complesso monumentale dell’antichità, la cui stocria tra incendi, crolli, ricostruzioni, ampliamenti, abbandono, venne a coincidere con la storia stessa della città delle origini alla decadenza. I Romani si recavano al circo per divertimento e con l’ansia delle sorti dei propri colori, soprattutto quando vi avevano scommesso sopra una fortuna, e non certo per ingraziarsi il favore degli dei.

Dalle 12 costellazioni dello zodiaco (le 12 porte entro cui stazionavano le quadrighe alla partenza), l’auriga (il sole), vestito delle quattro stagioni (fazioni: bianca-inverno, verde-primavera, rossa-estate, azzurra-autunno), iniziava il suo percorso intorno alla terra (pista) ed al mare (fossato di protezione degli spettatori), seguendo l’orbita dei 7 pianeti (i  sette giri della gara).

Le gare avevano inizio con il corteo che entrava dall’arco di trionfo, sul versante del Celio, accolto dalla sterminata folla festante, assiepata su tre ordini di gradini. Alla testa del corteo era il magistrato che presiedeva ai giochi, seguito dalla gioventù, dagli aurighi, dai musici, infine dal corteo dei sacerdoti e delle corporazioni religiose che accompagnavano le vesti sacre e le immagini divine. I concorrenti, coadiuvati dal personale delle scuderie andavano a prendere posto nelle postazioni di partenza, divisi nelle quattro fazioni che si contendevano il favore dei tifosi: la verde, la bianca, l’azzurra, la rossa. I box si aprivano contemporaneamente, forse per mezzo di un sistema di corde, e le quadrighe delle quattro fazioni percorrevano un primo tratto di pista lungo la spina (il podio in muratura che divideva longitudinalmente il circo) secondo traiettorie obbligate in modo da evitare incidenti alla partenza. Gli aurighi, riconoscibili dal colore della casacca della fazione, guidavano in piedi su leggeri carri di legno a due ruote, la testa protetta dal casco di metallo e le gambe da fasce, le briglie strette nella mano sinistra e la frusta nella destra. I momenti di tensione massima per aurighi, cavalli e spettatori, erano ad ogni giro. La riuscita della manovra era garantita dalla scelta della giusta traiettoria da parte dell’auriga e dalla tenuta dei due cavalli esterni che, a differenza dei due cavalli centrali aggiogati direttamente al carro, erano assicurati a questo da una corda; che faceva da perno nel movimento di aggiramento della meta. La folla, costituita in gran parte da oziosi che avevano scommesso sulla vittoria dei propri colori, incitava i suoi beniamini ed inveiva contro gli avversari.

I vincitori erano ricompensati dal magistrato che presiedeva ai giochi con doni che si aggiungevano ai salari: questi erano spesso altissimi almeno per i campioni più contesi, riusciti a strapparli con l’impegno di non cambiare fazione. Era un bel modo per gli uomini di umili origini, generalmente schiavi che si emancipavano grazie alle vittorie, di cambiare la propria condizione sociale.

Gli spettacolo gladiatori hanno origine in lontane e crudeli cerimonie funebri, celebrate con il rito del sacrificio umano della tomba del defunto per placare l’ira degli dei infernali. Introdotti a Roma nel 264 a.C dall’Etruria, furono ufficialmente istituiti dallo Stato nel 105 a.C e per lungo tempo rappresentati nel Foro Romano , dove sono i resti dei pozzi delle camere di manovra con le impronte dei sistemi degli argani. Solo con la costruzione degli anfiteatri, essi raggiunsero la perfetta organizzazione che conosciamo dagli scrittori antichi. Ogni città regolava i giochi con proprie leggi. L’Imperatore Marco Aurelio, con l’estensione dei combattimenti finti pubblici e privati come testimoniano gli esemplari sulle case di Pompei. I gladiatori erano per lo più schiavi, prigionieri di guerra, criminale condannati a morte a vario titolo, ma a volte anche uomini liberi, figli di nobili famiglie rovinate, in cerca di notorietà e ricchezza. La disciplina della vita di caserma era talmente crudele da spingere spesso i gladiatori al suicidio. Le celle dove alloggiavano erano buie e per lo più sporche. L’unica consolazioni era il cibo. Eppure molti di questi miserabili campioni riuscirono ad accumulare ricchezze incredibili, esercitarono un fascino straordinario sul mondo femminile, conseguirono una notorietà che fece ombra per fino agli imperatori, o almeno ai più vanitosi, come era certamente Caligola. Lo spettacolo aveva inizio la vigilia con un grande banchetto, offerto in onore dei combattimenti ed aperta al pubblico degli amici, allenatori, scommettitori, tifosi.

La giornata di giochi si apriva con la venatio (caccia) che si dava all’alba; e lo spettacolo, di certo, non era secondo a nessuno per ferocia. Il pubblico era quello ridotto dei fedelissimi. I condannanti a morte ad bestias, cioè “alle fiere” erano spinti nell’arena, in attesa che dalle botole dei sotterranei, per mezzo di montacarichi, facessero la comparsa belve affamate per un succulento pasto umano. Il personale dell’anfiteatro provvedeva con sollecitudine a ripulire l’arena dai resti e a gettare nuova sabbia su quella imbrattata di sangue. I combattimenti erano introdotti dalla parata dei gladiatori che, in ordine militare, facevano il giro dell’arena e salutavano l’imperatore e le autorità: “ave imperator morituri te salutant!”. Seguiva lo scrupoloso controllo delle armi. Il combattimento, spesso preceduto da confronti inoffensivi di riscaldamento, si svolgeva anche tra gladiatori di classi diverse: un reziario (combattente con la rete) armato di tridente e rete opposto ad un murmillo (combattente con elmo gallico a forma di pesce) dallo scudo rettangolare e spada, ecc..

La stessa passione i Romani manifestarono per le cacce (venationes), in cui agli uomini si sostituivano le bestie in spettacoli non per questo meno ripugnanti sia che si trattasse di lotte fra animali (elefanti contro rinoceronti, ippopotami contro bufali, tigri contro leoni, ecc..), sia che si procedesse contemporaneamente all’esecuzione di centinaia di animali, resi furiosi dalle frecce scagliate da arcieri ben protetti dietro le reti di recinzione, sia che ciò riguardasse la lotta tra cacciatori e belve in uno scenario ricostruito di ambiente naturale con alberi, rocce, corsi d’acqua, colline. Durante il regno i Augusto in 26 venationes furono trucidati 3.500 animali selvatici; per l’inaugurazione del Colosseo ne furono 5.000 in u solo giorno; per celebrare la vittoria di Traiano sui Daci furono abbattute 11.000 belve. La passione dei Romani per questo tipo di spettacolo fu davvero dura  morire; solo Totila nel VI secolo riuscì a vietarle definitivamente in Italia.

I giovani che erano i più attivi praticanti, amavano i giochi che comportavano lotta, scontro fisico. Il più praticato di questi giochi era l’ harpastum, lontano parente del nostro rugby, privo di particolari regole, giocato con una piccola palla riempita di sabbia, facile da afferrare a volo, e consisteva nell’intercettare la palla e cercare di conservarla, in mischie furibonde, il più a lungo possibile tra spinte ed assalti. Giochi meno pericolosi erano quelli del ludere datatim, simile alla nostra palla a mano o il ludere expulsi, in cui la palla veniva colpita con il palmo della mano come nella nostra pallavolo.

Gli edifici destinati agli spettacoli sportivi raggiunsero, a Roma, un eccezionale livello tecnico-esteso-funzionale, in armonia con le finalità di contenere un numero ingente di spettatori. Soprattutto le corse dei carri nel circo e le lotte gladiatorie, nell’anfiteatro, determinando per la loro spettacolarità e violenza un afflusso enorme di pubblico, esigevano infatti strutture adeguate di contenimento oltre che di organizzazione.

Il circo era un edificio dotato di una pista, destinato prevalentemente alle corse dei carri con i cavalli. L’origine di questi giochi è antichissima ed è da ricollegarsi alle festa religiose dei Consualia, durante le quali venivano disputate corse di carri sia nel Circo Massimo che nel Trigarium, situato a nord-ovest del Campo Marzio, nei pressi di Ponte Vittorio Emanuele. Il Circo Massimo fu costruito nella Vallis Murcia, posta tra il Colle Palatino e l’Aventino, la cui struttura morfologica era naturalmente adatta a essere utilizzata come circo. In epoca arcaica, per assistere agli spettacoli, la folla doveva infatti disporsi sui pendii che fiancheggiavano il fondovalle, finché non furono costruite gradinate lignee. A Roma furono costruiti altri circhi di carattere privato, annessi alla grande ville imperiali. Il più antico tra questi è il Circus Gai et Neronis, costruito da Caligola in una depressione del Colle Vaticano (ove si trovava la villa di su madre Agrippina) e completato da Nerone. Proprio in questo circo, Nerone fece svolgere quegli spettatori in cui trovarono la morte i Cristiani accusati di aver provocato il famoso incendio della città. Il circo meglio conservato, è però, quello fatto costruire da Massenzio sulla via Appia, presso la sua villa, situata in prossimità della Chiesa di San Sebastiano. Anche le dimostrazioni di questo circo sono notevoli: esso poteva contenere 25.000 spettatori. Fuori d’Italia resti di circhi si trovano nelle Gallie, in Spagna e in Africa.

Prima della costruzione degli anfiteatri, nell’epoca repubblicana, i ludi gladiatori si svolgevano ordinariamente nel Foro, ove si innalzavamo appositi palchi in legno, e più raramente nei circhi. Intorno al 53 a.C. Scribonio Curione, costruì due teatri in legno montato su perni. I più antichi esempi di anfiteatro in muratura si trovano a Pompei e a Pozzuoli. Il primo anfiteatro in pietra fu costruito a Roma nel 29 a.C. da Statilio Tauro. Esso, però, andò distrutto nell’incendio neroniano; e così, alcuni anni dopo, Vespasiano costruì quello che fu il più grande anfiteatro del mono romano, l’Anfiteatro Flavio. La denominazione di Colosseo deriva forse dalla vicinanza all’edificio della statua del Colosseo di Nerone.

Il Ludus Magnus è un vasto edificio con un cortile circondato da portici, nel centro del quale si trova un’arena con gradinate, che riproduce un piccolo anfiteatro per consentire l’allenamento dei gladiatori. Resti di anfiteatri sono stati ritrovati sia in alcune regioni d’Italia che in molte province dell’impero. In Italia si possono ricordare quelli di Sutri, Lucera, Venosa, Siracusa, Terni, Aosta, Pompei, Pozzuoli e Verona. Rari invece sono gli anfiteatri nella zona orientale dell’impero.

Lo stadio era anticamente un luogo destinato soprattutto alla gare di atletica, così denominato, come abbiamo detto perché la pista, in cui si svolgevano le competizioni, era lunga appunto uno stadio. In Grecia, lo stadio era una semplice area pianeggiante. Successivamente assunse la forma di un rettangolo, con uno dei lati addossato a un pendio collinare, oppure con entrambi i lati appoggiati a due pendii; da essi gli spettatori, sistemati su gradoni di pietra ricavati nella roccia oppure costruiti in terra battute, disponevano di una visuale abbastanza ampia.

Nei grandissimi stabilimenti termali di Roma, ampi spazi erano destinati a palestre, nelle quali si praticava tutta una serie di esercizi ginnici concepiti in funzione del bagno. I Romani, infatti, amavano dedicare molte ore del giorno alle pratiche igieniche e termali che venivano prescritte o consigliate dai medici dal tempo, in quanto reputate molto utili per il mantenimento di una buona condizione psico-fisica. Si poteva infatti realizzare nelle terme l’ideale della “mente sana in corpo sano” vagheggiato da Giovenale. Prima del bagno si giocava a palla e con il cerchio; ma venivano praticati anche latri esercizi ginnici. Alcune palestre termali erano strutturate anche per lo svolgimento di gare di atletica. Tutte le grandi terme di Roma erano dotate anche di una piscina scoperta dove si poteva nuotare. La palestra di epoca romana presenta caratteristiche e funzioni diverse dalla palestra-ginnasio di ambito greco originariamente destinata all’educazione fisica della gioventù e gli allenamenti preparatori degli atleti professionisti in vista delle gare che venivano disputate nello stadio. Le terme più importanti nella città di Roma sono, in ordine cronologico, quelle di Agrippa, di Nerone , di Tito, di Traiano, di Caracalla, di Diocleziano e di Costantino. Resti di stabilimento termali sono sparsi un po’ dovunque in tutto il territorio dell’impero.

La prima naumachia di cui si ha sicura testimonianza fu costruita da Cesare per celebrare il suo quadruplice trionfo.

La pratica della medicina in collegamento con le attività sportive è un fenomeno già diffuso in Grecia. Nei ginnasi e nelle palestre si affermò ben presto l’esigenza di disporre di un personale esperto e capace di intervenire con urgenza nei casi frequentissimi di traumi, slogature, fratture, lussazioni, contusioni e ferite varie. Essi erano dunque ad un tempo igienisti, massaggiatori e medici specializzati nella riduzione delle lussazioni e di altre lesioni ossee e muscolari, ed erano subordinati ai gymnastai (istruttore degli atleti). I paidotribai sarebbero stati esclusivamente depositati delle conoscenze empiriche ed esperti della pratica abituale degli esercizi, mentre l’attività esercitata dai gymnastai era del tutto affine a quella dei medici. Essi prescrivevano cure di tipo igienico: esercizi fisici e diete. Alle loro dipendenze i gymnastai avevano gli aleiptai, che erano incariati di ungere e frizionare i muscoli prima e dopo gli esercizi ginnici. L’esperienza fece acquistare agli aleiptai una conoscenza pratica del corpo e delle tecniche che potevano essere applicate per conservare e aumentare la forza degli atleti. Le loro funzioni erano perciò vicine a quelle dei medici, tanto che col tempo furono chiamati iatraleiptai (medici specialisti delle unzioni e dei massaggi).

A Roma, il primo medico fautore dell’uso radicale degli esercizi ginnici nella terapia fu Asclepiade, originario di Prusa in Bitinia, ove era nato nel 124 a.C. Aulo Cornelio Celso consigliava invece soprattutto l’igiene dell’alimentazione e la limitazione allo stretto necessario della ginnastica, che considerava come un’attività ausiliaria della medicina. Celso indicava tutta una serie di esercizi, come il gioco della palla, la corsa, l’equitazione, il nuoto, la navigazione, la caccia e soprattutto il passeggio, tutti utili per il benessere dell’organismo. Egli era invece per lo più contrario all’attività agonistica esasperata praticata dagli atleti professionisti. Anche il famoso Galeno di Pergamo era convinto assertore della ginnastica, ma solo dell’agonismo portato alle estreme conseguenze, del campioniamo finalizzato al conseguimento della vittoria ad ogni costo, e dunque del superallenamento che, riducendo gli atleti alla stregua di bestie, causava effetti deleteri per la salute. Filostrato nel suo trattato della ginnastica in cui descrive le caratteristiche ideali per le varie discipline atletiche, rimprovera gli allenatori del suo tempo di non imporre pratiche sufficientemente rigorose, come il bagno nell’acqua gelida dei corsi di montagna o il dormire sul terreno distesi su pelli di animali; consigliava però cautela nell’allenamento, quando il clima fosse troppo caldo e umido.

Relativamente alle patologie, lesioni e traumi determinati dall’atletismo, non ci sono prevenute molte notizie. Negli incontri di pugilato erano frequenti ferite facciali, assai gravi, causate dai micidiali guantoni con rinforzi metallici indossati dai pugili. Tali ferite furono oggetto di derisione da parte degli autori antichi: come esempio per tutti valga quello, riportato dall’Antologia Palatina, di Stratofonte che, dopo quattro ore di combattimento, guardandosi allo specchio non riusciva più a riconoscersi. Nel pugilato sono documentati solo due casi di morte e di uno di questi si conosce anche la causa: un colpo all’addome, assestato da uno dei contendenti con la mano distesa e le dita puntate, fece penetrare le unghie nella cavità peritoneale con conseguenze peritonite. Un certo numero di decessi si ebbe anche in incontri di pancrazio e nelle corse con i carri. Quinto di Smirne, poeta epico, tracciava un quadro dei servizi medici offerti agli atleti ai suoi giorni. Egli descrive il trattamento di una caviglia distorta con un salasso seguito dall’applicazione di una garza cosparsa di unguento. Le ferite di un pugile venivano succhiate, per detergerle, suturate e infine vi si applicavano medicalmente esterni. Il numero maggiore di notizie riguardanti ferite, contusioni, distorsioni, lussazioni e fratture, nonché altri traumi ossei, si trova soprattutto nel trattato di Celso, il quale indica anche i metodi terapeutici per curarli, e in particolare sono descritti gli interventi per la riduzione delle lussazioni.